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Raffi l'aquila bianca

Raffi “Raffi l'aquila bianca” di Claudia Rainville e Riccardo Geminiani. Un meraviglioso racconto motivazionale, capace di aprire i cuori e insegnare a volare ai bambini di tutte le età. Un racconto educativo intriso di magia e suggestioni, arricchito dalle meravigliose illustrazioni di Stefania Scalone e pubblicato da Macro Junior. Compratelo per voi e per i vostri figli. Costa solo 4 euro e 80, l'1% di un tablet che coi suoi giochini isola e istupidisce. Una profonda verità che insegna che tutto e tutti sono Maestri.

Alzate lo sguardo per un istante e osservate quella montagna che si perde tra le nuvole.
Vedete nel suo lato più a oriente quelle rocce taglienti che ricordano i denti di squalo, chi ha buona vista o un cannocchiale, vi può scorgere poco sopra una piccola macchia scura. In realtà si tratta di un nido. Al suo interno c'è un uovo.
E dentro all'uovo, ma questo è impossibile vederlo, c'è un becco ricurvo che bussa. È impaziente.
Bussa e ribussa contro il guscio. Prova a ritagliarsi una fessura. Qualche minuto e vi riesce. (Un filo di luce penetra).
Il proprietario di quel becco affonda un ultimo colpo al guscio e vi infila la sua piccola testa. Una luce lo accoglie.
In una montagna simile, in un nido simile e in un uovo simile ebbe inizio la storia di Raffi.
Da secoli la sua leggenda si tramanda tra gli uccelli delle montagne.
Quando Raffi uscì dal guscio, non c'era solo la luce ad accoglierlo.
Ma anche quattro enormi occhi. Felici. In realtà più stupiti che felici.
Raffi infatti aveva un colore insolito. Tutte le aquile erano scure.
Lui completamente bianco.
«È malato?» chiese suo padre. «Può essere albino», rispose sua madre.
Raffi continuò a liberarsi del guscio sotto lo sguardo tenero della madre e si raggomitolò nel calore del suo corpo.
Nei mesi successivi Raffi fece molto parlare di sé. «Da dove viene questo strano aquilotto?» si chiedevano tutti.
Ma Raffi non capiva ancora quelle parole.
Anche i piccoli aquilotti lo deridevano: «Avete visto quel becco bianco!». «Deve essere malato!» «No, è solo un buffo fantasma».
«O forse un pezzo di neve che il sole di agosto scioglierà via».
Ma Raffi continuava a non capire. Per evitare quei sorrisi ostili se ne stava in disparte. Divenne solitario. Ogni sera guardava le sue bianche piume e sospirava. Si convinse di non essere proprio una bellezza. E si convinse anche di essere diverso. Un'aquila venuta male. Pure i suoi movimenti non erano un esempio di armonia. Anzi, piuttosto maldestri. Non riusciva neppure a prendere il volo. A ogni tentativo seguiva una caduta. «Povero Raffi» dicevano i suoi genitori «non solo è bianco, ma non sa neanche volare! Che ne faremo?».
Raffi ora si vergognava di sé. Avrebbe voluto sparire. Ma per andare dove?
Non sapeva dove fosse il suo posto nel mondo. E non sapeva se mai avrebbe avuto un posto in quel mondo.
«Approfitta di questo frizzante vento primaverile» gli disse un giorno la madre invitandolo a un nuovo tentativo. Raffi tentò per ore fino a quando, con un bel balzo, decollò in aria.
Pochi istanti, solo pochissimi istanti… e le sue ali tornarono a muoversi goffamente e lui precipitò dal nido. Cadde per qualche centinaia di metri, sbatté su alcune rocce, poi contro un albero e si trovò disteso a terra. Dolorante con un'ala ferita. Il nido era lontano.
Cercò riparo nella foresta. Un buco nel tronco di un vecchio albero divenne il suo rifugio.
«Non c'è aquilotto al mondo più triste e solo di me» pensava mentre le ombre della notte avvolgevano la foresta.
Grosse lacrime rotolavano sulle sue guance. Si addormentò stordito dalla malinconia.
L'indomani tutto gli apparve diverso. Il sole era appena sorto all'orizzonte, un vento tiepido aveva asciugato le sue lacrime e attorno a lui fremeva una foresta ricca di colori e creature. Dov'era rimasta nascosta tutta quella magia? Eppure dal suo nido più volte aveva osservato quella foresta…
Rifletteva su ciò quando apparve davanti a lui uno strano uccello. Testa piatta, piccolo becco giallo, occhi grandi e misteriosi. Quello strano essere stava fissando proprio lui.
«Cosa ci fai qui?»
«Sono caduto dal nido, tentavo di volare».
«A quale specie appartieni?» chiese lo strano essere.
«Sono un'aquila»
«Un'aquila bianca? È la prima volta che ne incontro una».
Raffi abbassò la testa.
«Perdonami non volevo ferirti» disse lo strano uccello. Il suo nome era Chouka.
«Come vedi, un'aquila bianca è rara, e ciò che è raro è generalmente molto prezioso. Tu devi essere prezioso».
«Non così tanto prezioso. Piuttosto un errore della natura».
«La natura non fa errori. Lei fa solo cose differenti, perché se tutto fosse simile non esisterebbe bellezza. La bellezza nasce proprio dalla diversità».
«Ma io non so neppure volare, mentre tutte le aquile sì».
«Non ti paragonare agli altri. Ognuno ha proprie forze da sviluppare e proprie debolezze da superare. Conosci le tue forze?»
«Io non ho forze, solo debolezze»
«Perché credi ciò?»
«Guarda le altre aquile: marroni, forti e volano alte per ore. Ora guarda me: bianco, debole e non resisto in aria che pochi istanti».
«Può essere che tu abbia provato a fare come gli altri e questa è la ragione per cui non ci sei riuscito. Può essere che tu abbia un modo tutto tuo di fare le cose e serve solo che tu lo scopra».
«E come?»
«Provando e riprovando, senza scoraggiarsi. Mai scoraggiarsi. Solo così scoprirai le forze in te racchiuse. Non si acquisisce maestria in qualcosa senza aver provato e riprovato. E non è importante riuscirci la prima volta, è importante volerci riuscire. E tu, vuoi imparare a volare?»
«Certo».
«Allora comincia a credere che puoi riuscirci. Immaginati mentre sei in volo, immagina l'ebbrezza di quei momenti».
«Ma io non so cosa si prova in volo. Il mio unico volo è durato un paio di secondi».
«Bene sali sulla mia schiena e aggrappati al mio collo».
Chouka prese il volo portando Raffi sulla sua schiena.
«Meraviglioso», esclamò Raffi. «Che sensazione di libertà. Come fai a volare così?»
«L'ho appreso grazie a numerose prove, ma anche grazie a numerose cadute» sorrise Chouka. «Con il tempo ho imparato a considerare il vento come un amico, piuttosto che come un nemico contro cui scontrarmi. Ora so come seguire le sue correnti».
«Vorrei tanto volare come te».
«Tranquillo, tu volerai ben più in alto di me».
Raffi amava parlare con Chouka. Nelle sue parole c'era infinita saggezza.
Raffi, ancor di più, amava volare con Chouka. Per settimane cavalcò la sua schiena in voli emozionanti. Nel frattempo la sua ala guarì.
«Ora sta a te» disse Chouka, dopo averlo condotto sulla vetta di una montagna.
«Saltare da qua? Non ci penso proprio» rispose Raffi.
«Avanti, io ti volerò vicino in caso di bisogno» lo rassicurò.
Ma Raffi non ne voleva sapere, «No, no e no. Sono diverso ma non pazzo».
«Fidati di me» insistette Chouka.
Ma in realtà Chouka non finì mai queste parole. Proprio mentre le pronunciava inciampò e cadde dalla vetta. Precipitava vorticosamente senza riuscire a riprendere coordinamento. Come un sasso.
Raffi non esitò un istante. Si gettò al suo inseguimento. Le sue ali si aprirono possenti, alcuni colpi e lo raggiunse.
«Aggrappati a me» urlò Raffi.
«E perché mai?» rispose calma Chouka.
«Perché stai precipitando» urlò ancora più forte Raffi.
«Ma io non sto precipitando, ti sto solo aspettando» sorrise Chouka. «Aspettavo che il tuo cuore ti desse la spinta per volare, e ora posso smettere di fingere di cadere» sorrise di nuovo Chouka, strizzando l'occhio.
«Furba di una Chouka gridò l'aquila».
Quel giorno i due amici volarono per ore, fino all'alba.
Raffi aveva trovato il coraggio di volare. E imparò a volare come nessuna aquila delle montagne aveva mai fatto prima. Il vento non era più un nemico ma un compagno di viaggio. Raffi si abbandonava alle sue correnti con grande naturalezza e maestria. Comprese che per volare non è tanto importante sbattere le ali, ma tenerle aperte. Semplicemente tenerle aperte.
Il segreto non è lottare contro le correnti, ma arrendersi a loro. Con fiducia.
Ogni giorno saliva sempre più in alto. Capì di non avere limiti. Ora finalmente credeva in se stesso.
Raffi non voleva tornare a casa. Chouka era diventata per lui una seconda madre. Ma anche un'amica e una guida. Ora però lei era anziana. Era giunto il tempo di intraprendere il suo ultimo viaggio. Raffi era molto triste, avrebbe voluto passare tutta la vita al suo fianco.
«Quando avrò raggiunto l'aurora, ricordati di questo» gli disse Chouka «Tutto ciò che è veramente amato sempre si ritrova, in un altro momento o in un altro tempo, perché l'amore vero non muore mai».
Chouka lasciò questo mondo un mattino di primavera. Raffi sapeva che lei non avrebbe mai lasciato il suo cuore.
All'improvviso si sentì molto solo, socchiuse gli occhi e pensò a lei. Gli parve di sentire la sua voce: «Si è sempre soli quando si attende di ricevere l'amore desiderato, ma non si è mai soli quando c'è amore da condividere. A chi potresti donare il tuo amore?». Quelle parole riecheggiarono per giorni nel suo cuore.
Una mattina stava volando sopra la foresta quando vide delle fiamme. Un incendio stava propagandosi proprio sotto di lui. Gli animali correvano da tutte le parti tentando di mettersi in salvo. Si avvicinò per vedere se qualcuno aveva bisogno di aiuto. Fuoco e fumo facevano della foresta un mondo oscuro e impenetrabile. Discese in quella fornace e riuscì a portare in salvo alcuni animali feriti. Prima uno scoiattolo, poi una piccola volpe. Tornò più volte in quell'inferno di fuoco. Infine, stremato, tentò un'ultima discesa.
Intrappolato tra due rami incandescenti e con le ali morse dalle fiamme, c'era un'aquila bruna. Raffi si avvicinò. Riconobbe quel becco e quegli occhi. Erano quelli di uno degli aquilotti che in passato lo avevano deriso.
Raffi esitò qualche istante. Qualcosa lo tratteneva. Ancora una volta nel suo cuore riecheggiarono le parole di Chouka. «Hai sofferto per il loro giudizio, ma tu stesso ora stai giudicando. Giudichi loro, come loro giudicavano te e come tu giudicavi te stesso. Non sei ancora riuscito a liberarti da quel giudizio e non hai ancora imparato a perdonare. Ci penserà l'esistenza a crearti le opportunità per farlo…».
Ora l'esistenza gli metteva di fronte quell'aquila morente… Raffi sospirò più volte, infine sbatté gli occhi, l'afferrò con gli artigli, richiamò a sé le restanti forze e la trascinò fuori dalle fiamme.
Quella sera mentre veleggiava all'orizzonte, provò una sensazione nuova. Qualcosa in lui era per sempre cambiato.
La notizia della sua impresa intanto si diffuse fino alle montagne.
«Chi Raffi? Quello che pareva un fantasma?»
«Ma non era morto?»
Dalle montagne alcune aquile discesero alla sua ricerca. Dopo alcune ore lo trovarono. «Saremmo onorate di averti con noi» gli dissero.
Raffi accettò. Poco dopo era davanti al suo vecchio nido. E davanti a quei quattro occhi, ora un po' più vecchi, che alla sua nascita l'avevano accolto fuori dal guscio. Ma questa volta nel loro sguardo non c'era stupore. Solo ammirazione.
Quell'uccello bianco, debole e maldestro, era diventato un'aquila possente e maestosa. Raffi decise di fermarsi sulla montagna. Sarebbe diventato un maestro per le giovani aquile. Come Chouka lo era stata per lui.
E ora, ascoltata la storia, riabbassate pure lo sguardo e dimenticate quella montagna che si perde tra le nuvole. Dimenticate quelle rocce taglienti come denti di squalo, il nido che si trovava poco sopra e l'uovo adagiato in quel nido.
Dimenticate il piccolo becco che è all'interno dell'uovo e che bussa insistente per uscire. Dimenticate anche, e soprattutto, il proprietario di quel becco. Le sue gesta e la sua leggenda, sì, dimenticate quell'aquila bianca, il suo coraggio e il suo sconfinato ardore. Dimenticate tutto.
Dimenticatevene pure, perché in realtà, sappiatelo… quell'aquila siete voi.

Ho mantenuto il grassetto come nell'originale. Se lo rileggete due, tre, quattro volte, vi accorgere che ogni parola è una freccia che va a bersaglio… una freccia che va dritta al cuore…

22 febbraio 2016
Piccole storie” di RM

db/raffi_l_aquila_bianca.txt · Ultima modifica: 23/09/2020 12:03 da @Staff R.